Vivo da 30 anni le transizioni informatiche, da più di 20 cerco di portare le mie conoscenze nel mondo del lavoro.
Non ho studiato la tecnologia, l’ho vissuta.
Lavoro con aziende che operano in maniera estremamente tradizionale, dove il futuro entra quando è ormai presente, nessun pionierismo ma concretezza basata sull’esperienza.
La mia esperienza
Nel ’98 avevo uno Yamaha 2/2/6, so cosa è un buffer underrun ma anche quanto i dati siano cresciuti in dimensione.
Ho avuto 3Dfx e il CRT 17″ schioccava quando avviavi un gioco. E Jensen Huang già scriveva il futuro.
Ho visto nascere Google, dopo aver considerato Altavista il miglior motore di ricerca.
Ho creduto che mp4 potesse essere il futuro insieme se non più di mp3, ho avuto il Creative Zen pensando che un dispositivo multimediale portatile fosse una gran figata, ho visto nascere YouTube.
Ero in un negozio della GDO per prendere l’Omnia HD il giorno del lancio, e fare finalmente dei video dove si vedesse qualcosa.
Ho utilizzato Symbian, Windows Phone, Android. Ho avuto un piano dati TIM quando essere online in mobilità era una cosa da strani. Con un piano a scatti non solo a volume. Ma ho anche avuto difficoltà ad accettare il touch-screen, mi sono dovuto adeguare all’inizio.
Ho usato TomTom, smartTv con sistemi operativi proprietari che nemmeno ricordo più, ho visto ascesa e caduta di BlackBerry e Nokia.
Questa biografia non è nostalgia né arroganza ma un curriculum di previsioni implicite. Ho vissuto da early-adopter, vivo da early-adopter, ho visto brand salire sull’Olimpo e poi sparire nel Tartaro, ma difficilmente ho visto una tecnologia sparire, sempre trasformarsi, evolversi, spesso cambiando il modo di vivere delle persone.
Perché scrivo
Ho azzeccato e sbagliato previsioni tecnologiche per trenta anni, so riconoscere la forma delle transizioni mentre accadono, distinguere le mode dalle direzioni.
L’AI rivoluzionerà il modo di lavorare come l’email ha cambiato il modo di comunicare nel B2B, come lo streaming ha modificato la televisione.
Non eliminando il mezzo precedente, ma riorganizzando completamente modelli economici, ruoli professionali, competenze richieste, rapporto tra chi esegue e chi orchestra.
Non faccio content marketing, non ottimizzo per il feed, sto piantando bandierine nel tempo, che tra uno o cinque anni potranno essere ritrovate.
Per chi scrivo
L’Italia è strutturalmente un paese di piccole imprese e molte di queste, pur se oggi fatturano milioni, nascono da artigiani che creavano con le proprie mani ma sono cresciuti grazie alle proprie idee.
La comunicazione AI italiana mainstream parla alle PMI con il linguaggio dell’enterprise: digital transformation, process optimization, stakeholder value.
Ma sono termini creati per grandi corporation oltreoceano, non parlano la lingua culturale delle PMI.
Il mio posizionamento è quello del traduttore, dell’interprete, del mediatore. Conosco le tecnologie non come accademico, non come venditore ma come appassionato. Conosco il lavoro non come analista, non come manager, ma come operaio. Il mio percorso mi porta a dire che sono un operaio dei dati e del computer e a dirlo con l’orgoglio di chi ha faticato sia in magazzino che sulla scrivania.
La mia visione
La moda dell’AI passerà – non come tecnologia, ma come hype. Tra cinque anni, o prima, non saranno più interessanti i post “come l’AI reinventa il tuo business” ma i contenuti di chi ha integrato l’AI nel proprio lavoro quotidiano e sa condividere come lo ha fatto.
La posizione di bottegai.net è sostenibile sia nell’hype che nel post-hype. Probabilmente sarà più forte dopo, quando il rumore si sarà calmato e resteranno coloro che hanno saputo affrontare il cambiamento, interpretandolo correttamente a volte, sbagliando molte altre volte.